Manimurci

VINI MANIMURCI,
2500 ANNI DI STORIA 
Fu’ chiamata dalla popolazione locale (osco-sannita) Manimurci. Infatti, dopo la battaglia di Lacedonia  del 293 a.c., nella quale l’esercito romano sbaraglio la federazione dei sanniti irpini, la repubblica romana procedette ad assegnare le donazioni ai legionari.
Ad uno di questi legionari, che aveva perso la mano nella battaglia di Lacedonia, furono assegnati 100 iugeri di terreno a vigna secondo una tradizione consolidata. Infatti, la repubblica romana era solita concedere, a chi serviva nell’esercito,  appezzamenti di terreno sottratti ai popoli conquistati, in misura compresa da 50 a 100 iugeri,  lavorati da 16 schiavi maschi (1iugero =2519,9mq).
E’ verosimile che Manimurci significasse mano mozza, la mano recisa del legionario, nuovo proprietario del terreno e degli schiavi.
Nel 476 d.c. cadde l’impero romano sotto la spinta dei popoli barbari provenienti dal nord. Seguirono cento anni di guerre ed anarchia e molti terreni furono abbandonati, fino all’arrivo nel 569 d.c dei Longobardi che con il sistema del guastallato ( guastallato = posto di guardia, economicamente autonomo) ripresero le produzioni agricole locali.
Quindi, anche la zona Manimurci riprese la produzione vitivinicola, cambiando nome in Pescocupo, nome che mantiene ancora oggi.
Intorno all’anno 1000 d.c. giunsero,  chiamati dal duca di Salerno, i Normanni guidati da Guglielmo d’Altavilla, detto braccio di ferro, figlio cadetto (cadetto= non primogenito) di Tancredi d’Altavilla, provenienti dall’attuale Normandia, regione a nord della Francia. Gli Altavilla erano  una famiglia di nobili origini ed alcuni di loro seguirono Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra nel 1066d.c. , data in cui Gugliemo divenne rè d’Inghilterra, dopo la battaglia di Hastings.
Tornando alla nostra storia i Normanni completarono la conquista dell’Italia meridionale in meno di 30 anni. 
Nel 1103 d.c. il normanno Ruggiero Borsa, duca di Puglia, aveva sposato Ala da cui aveva avuto un figlio Gugliemo, ma contestualmente aveva conosciuto una donna salernitana di nome Maria, di cui si era innamorato al punto di intrattenere con lei  un rapporto adulterino. Dal rapporto extraconiugale era nato un figlio a cui, al pari del proprio primo genito,fu imposto  il nome di Guglielmo. Quest’ultimo Gugliemo,  detto il bastardo, era molto ambizioso e quindi Ala,  la matrigna,  per appagarne gli appetiti,  gli concesse la contea di Gesualdo con annesso il castello di Paterno (attuale Paternopoli). 
Gugliemo si insedio’ nella sua contea, e si dimostro’ un abilissimo amministratore delle sue terre.
Associo’ alla gestione del feudo il figlio Elia che alla sua morte ne ereditò il titolo. 
Guglielmo, alla morte del padre Ruggero,  duca di Puglia,  ottenne dal  fratellastro Gugliemo  la conferma della donazione fatta da Ala divenendo così unico signore della contea di Gesualdo e Paterno. 
Come da tradizione il nuovo signore,  per ingraziarsi il potere della chiesa e per ottenere  la salvezza della sua anima, dono’nel 1142 d.c. all' Abbazia di Montevergine un terreno sito nella fortezza di Paterno, esteso dal vallone delle Bovane fino all’alveo del fiume Fredane, comprendenti un monastero in località San Quirico e tutto il terreno denominato Pescocupo o meglio detto dagli Oschi Sanniti e dai Romani Manimurci, dove le uve si vendevano  in grana 80 anziché in grana 60 delle area vallive, come imposto nell’atto notarile dallo stesso Guglielmo, conte di Gesualdo (registro diplomatico virginiano volume 3  conservato nella biblioteca dell’abbazia di Montevergine).
Nella donazione si fa specifico riferimento ai nostri vigneti, alla donazione di attrezzi agricoli, delle sorgenti d’acqua  di tutte le pertinenze e perfino di un mulino sito sul fiume Calore. Successivamente nel 1150 d.c. il figlio di Guglielmo, Elia,  confermo’ la donazione davanti al notaio Giovanni di Acquaputida ( attuale Mirabella Eclano).
Dunque i nostri terreni divennero di proprietà dell’abbazia di Montevergine,  amministrata  dai monaci benedettini.
Tale possedimenti in Paterno divennero economicamente molto floridi al punto  che l’abate di Montevergine elesse il monastero di Paterno a Priorato.
I benedettini di Paterno, fedeli al motto " hora et labora",  cominciarono a far fruttare i vigneti di Pescocupo-Manimurci  lungo il declivio del fiume Fredane. 
In particolare presero a invecchiare questo aglianico, che dava vini potenti e fruttati,  in botti di legno.
In particolare l’affinamento avveniva con il motto 
" ‘n’anno pe ‘nato"  (da vendemmia a vendemmia).
Attualmente, noi, eredi di questa antica e gloriosa tradizione, produciamo vino  seguendo l’antico disciplinare benedettino con il nome di ROSSOCUPO,  uno dei vini di maggior successo della nostra azienda.
Fedeli alla tradizione dei monaci benedettini, che facevano giungere il loro vino sulle tavole dei principi, dei duchi  e dei conti di tutta Europa , che erano soliti degustarlo sugli arrosti di cacciagione, anche noi commercializziamo il ROSSOCUPO  in tutto il mondo. 
Chi beve il nostro vino non beve un aglianico qualsiasi, ma beve la storia di un vino prodotto con la stessa ricetta dei monaci benedettini di 900 anni fa, ottenuto da un vitigno che ha 2200 anni di storia. 
La nostra azienda è ubicata nella media valle del fiume Calore, alle propaggini dell’Appennino meridionale Campano o meglio ancora, come la chiamavano gli antichi romani,  nella Campania Felix, in provincia di avellino.
Fin dall’antichità la nostra zona era conosciuta perché attraversata dalla regina delle strade romane “ appia antica” che da Roma raggiungeva il porto di Brindisi, cioe’ dal mar Tirreno al mar Adriatico.
Durante il periodo dell’ impero romano   la nostra area era molto frequentata perche’ di fronte ai terreni Manimurci, su una collina vicina e limitrofa, era ubicato il piu’ grande santuario della storia del mediterraneo occidentale, dedicato alla dea Mefite, divinità italica invocata per la fertilità dei campi e per la fertilità femminile. Il santuario era a  poche miglia dalla grande citta di Aeclanum (Mirabella Eclano), città attraversata dalla via appia, ed era frequentato non solo per ragioni religiose ma anche per ragioni  ludiche e culinarie; famoso rimane il viaggio compiuto alla fine del 1° secolo a.c.  dal poeta Orazio Flacco, da Virgilio, autore dell’Eneide e da Mecenate, amico e consigliere  dell’imperatore Ottaviano Augusto,
che si fermarono nella nostra zona nel viaggio da Roma verso Brindisi per sacrificare alla dea Mefite e per godere dei benefici termali.
Infatti,  la nostra zona è di origine vulcanica e presenta due bocche vulcaniche ove ribollono fanghi con esalazioni sulfuree, site intorno a Manimurci, nei comuni di Villamaina e Rocca San Felice.
E  proprio questa origine vulcanica dei nostri terreni, misti ad argilla e  pietra calcarea ,  che dona al  nostro vino la sua complessità organolettica.
E proprio questa posizione geografica strategica, data da: escursione termica notturna, dovuta alla vicinanza della catena montuosa appenninica, che regala una forte acidita.
La tipologia dei terreni che conferisce sapidita, 
le esalazioni solfuree che raggiungono i nostri vitigni,  impediscono la formazione di funghi e muffe dannose alla vite. 
E  per ultimo il caldo sole del Mediterraneo che permette una perfetta maturazione tale da donare un generoso grado alcolico. 
Sono queste le conoscenze e le condizioni ambientali che hanno spinto per 2500 anni:  osci, sanniti, romani, longobardi, normanni, monaci benedettini … e noi ad investire energie,  passione e lavoro per produrre un grande vino di successo. 
Tanto è che, Virginia,  una delle proprietarie della nostra azienda,  è l’erede della famiglia che negli ultimi 200 anni ha detenuto e lavorato la collina di Pescocupo, meglio conosciuta come Manimurci.
Noi siamo la Manimurci 
ed il nostro desiderio è sempre…..

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